Sua maestà la pastiera

Pasqua è ormai giunta e, complice la quarantena forzata, quest’anno sarà ancor più all’insegna della tendenza a metter su qualche chilo di troppo.

Leggenda e tradizione

pastiera

NAPOLI. Pasqua è ormai giunta e, complice la quarantena forzata, quest’anno sarà ancor più all’insegna della tendenza a metter su qualche chilo di troppo. Se il nostro folkloristico presidente della regione ci ha di fatto blindati in casa, egli non impedirà certo alle mamme e alle nonne campane di dedicarsi all’arte culinaria. In vista delle prossime giornate abbiamo quindi deciso di affrontare un argomento che ci sta molto a cuore: sua maestà la pastiera.

Secondo le leggende, nel golfo tra Posillipo ed il Vesuvio, viveva una bellissima sirena di nome Partenope, che in primavera era solita deliziare i pescatori con i suoi canti. La popolazione napoletana, ammaliata dalla voce della sirena, le portò in dono ciò di cui disponeva in abbondanza: la farina, la ricotta, le uova, lo zucchero, il grano tenero, le spezie e l’acqua di fiori d’arancio.Gli dei, con la forza del mare, mescolarono questi ingredienti, dando vita al dolce che noi tutti oggi conosciamo.

È interessante notare come gli ingredienti che compongono la pastiera siano sette, proprio come le strisce di pastafrolla che ricoprono l’impasto.
Il motivo va ricercato nel fatto che lo schema a quadrati ottenuto sulla superficie della pastiera riproduce la planimetria del centro storico di Napoli. Il centro storico è infatti attraversato da tre strade antiche, quelle a cui ci si riferisce come “decumani”, e da quattro “cardini”, che sono i vicoli.
Se è vero che siamo ciò che mangiamo, ogni qual volta addenteremo il tipico dolce napoletano, staremo assumendo un pizzico di magia, un briciolo di mistero, un tocco di storia… E un’overdose di colesterolo.

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Andrea Galluccio

Collaboratore cefolklore.it

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